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UN DONO CHE CRESCE GRAZIE AD ALTRI DONI
Don Daniele Bonanni e Don Mattia Zuliani, partiti da Giussano, stanno realizzando a Nairobi una scuola inclusiva, un centro sportivo e un servizio di cure gratuite per i bambini più fragili, insieme all’associazione Zawadi ODV. Il progetto è in corso, ma serve ancora aiuto. Con una donazione, puoi contribuire anche tu a cambiare concretamente il futuro di tanti bambini.
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Se i progetti diventano realtà, la vita cambia davvero
Don Daniele Bonanni e Don Mattia Zuliani, partiti da Giussano, stanno costruendo con Zawadi ODV una scuola inclusiva, un centro sportivo e un servizio di cure gratuite per i bambini più fragili di un quartiere povero di Nairobi. Ce la stanno facendo, con impegno e fatica, ma hanno ancora bisogno del tuo aiuto. Se questi tre progetti diventano pienamente attivi, la vita di tanti bambini cambierà davvero: avranno un luogo dove imparare, giocare, curarsi e crescere con dignità. Con una donazione, anche tu puoi far parte di questo cambiamento concreto. Perché il futuro si costruisce insieme.
Zawadi ODV porta avanti tre progetti fondamentali a Nairobi: una scuola inclusiva dove ogni bambino può crescere in un ambiente educativo accogliente e dignitoso, un centro sportivo che promuove benessere, socialità e crescita attraverso lo sport, e il progetto Ujiachilie, che offre cure gratuite a persone con disabilità provenienti da contesti vulnerabili. Scegli il progetto che ti sta più a cuore e sostienilo con una donazione: il tuo gesto può fare la differenza, oggi.
Don Daniele Bonanni
Ecco il valore che cercavo
“Non ricordo praticamente nulla di quella settimana in montagna durante le scuole medie, eppure dopo tanto tempo un fatto rimane in me indelebile. Scendendo dalla montagna il prete che ci guidava ci fece fermare davanti a un panorama immenso di valli e montagne, che si intrecciavano fino all’orizzonte davanti a noi. Uno spettacolo che mi faceva sentire un puntino in un universo così immenso da far quasi spavento. Il sacerdote però ci disse che ognuno di noi valeva molto più di tutte quelle montagne. Quelle montagne infatti non avrebbero avuto senso senza nessuno che le guardava, mentre noi avevamo un senso di per sé, anche senza di loro, perché eravamo voluti. Da quel momento iniziai a cercare dov’era il grande valore della mia vita.
Scoprii che grazie a quei gesti semplici di amicizia con Gesù, la mia vita tutta intera fioriva.
Sono cresciuto in una famiglia del movimento di Comunione e Liberazione e devo ringraziare Dio per questo. Quella vacanza in montagna è stata solo un episodio dell’educazione ricevuta. Negli anni dell’infanzia mi è stato posto dentro un seme di certezza sul fatto che la mia vita era qualcosa di buono, una meraviglia di cui vale la pena scoprire il valore. Iniziai così a studiare e a giocare a calcio. Soprattutto a giocare a calcio. Mi veniva bene e trovavo in quello una fonte di speranza sul valore della mia vita. Mi accorgevo però che questo non bastava. Il calcio infatti seppur appassionante, era come una parentesi positiva nelle mie giornate, ma tutto il resto non cambiava. La mia era una vita suddivisa in compartimenti stagni, i quali richiedevano sempre un “me stesso” diverso.
Fu negli anni del liceo che conobbi i primi amici veri. Erano dei ragazzi che seguivano Gesù nella loro vita, in ogni suo aspetto. Ogni cosa infatti aveva un posto in quell’amicizia. Se una persona cara era malata si andava insieme in pellegrinaggio. Se qualcuno era in difficoltà nello studio, lo si aiutava. Si vedevano film, si scopriva il mondo viaggiando e incontrando persone diverse, si spendeva la vita assieme, e la vita era come un’unica sinfonia suonata da tanti strumenti diversi. Era come se quegli scompartimenti fossero stati aperti e posti attorno a un centro di gravità che li teneva assieme e che ne illuminava il senso.
Negli anni universitari tornai a cercare quel mio “grande valore” di cui tanto ero assetato. Studiai ingegneria e poco dopo iniziai a lavorare. Pensavo di aver raggiunto ciò che sognavo, eppure non ero felice. Mi sembrava che la vita si fosse ridotta a un piano prestabilito di cui mi ero accontentato. Ancora una volta la vita iniziò a disunirsi, proprio come quando giocavo a calcio.
Fu in quel momento che incontrai padre Maurice, un anziano padre gesuita, sereno e in pace, sempre e in ogni luogo, libero di voler bene ad ogni persona che incontrava. Insomma, era un uomo unito. Per la prima volta a 26 anni, dopo una confessione con lui, mi venne in mente quello strano pensiero: “Forse Dio mi chiama ad essere come padre Maurice: sacerdote missionario”. In fondo, i periodi felici della mia vita erano stati quelli in cui la mia vita era unita perché tutta in rapporto con Gesù.
Di fronte al mio timore, padre Maurice non si scompose e mi fece notare che la vocazione non è qualcosa che dobbiamo creare noi, o che dobbiamo meritare o costruire, ma è già donata e bisogna solo riconoscerla. Ecco il mio grande “valore”. Scoprii che quel che rendeva la mia vita meravigliosa non era qualcosa da fabbricare o da guadagnare, ma solo da riconoscere. L’avventura della vita serve a scoprire il motivo di quel dono già dato, non per meritarlo.
Iniziai ad andare a messa tutti i giorni dopo il lavoro, a pregare con più costanza, a meditare il Vangelo e a vedere don Anas una volta al mese a Milano. Scoprii così che grazie a quei gesti semplici di amicizia con Gesù, la mia vita tutta intera fioriva. I rapporti in ufficio, con gli amici e in famiglia diventavano più veri, più intensi, perché tutti orientati alla scoperta di quel nucleo indistruttibile, che era il mio rapporto con Dio. Ecco finalmente il vero valore, l’unità di vita che cercavo e la vera felicità. Non c’era allora più niente da temere. Per non lasciarlo più feci domanda per poter entrare nella Fraternità san Carlo. E così è stato.”
Don Mattia Zuliani
I fiori e il sangue della mia vocazione
“Il primo ricordo che ho della vocazione è un’immagine un po’ sfocata in cui, insieme a una trentina di miei coetanei, siamo seduti in cerchio intorno a un crocifisso. Il padre passionista che tiene quel ritiro di Pasqua si chiama Marcello e insegna Religione nella mia scuola. Ci chiede di offrire qualcosa a Gesù per questa Pasqua. Quando arriva il mio momento, dico pressappoco: “Se mi vuoi, io ci sono”. Non sapevo allora che quella frase si collocava come uno spartiacque nella mia vita: avevo undici o dodici anni, e ce ne sarebbero voluti altrettanti perché potesse maturare la mia disponibilità a Dio. Fino a quel momento infatti ero stato accompagnato nella fede dalla mia famiglia e dalla parrocchia. Sono nato in una famiglia cattolica e i miei genitori appartengono al movimento di Cl.
La domenica era giorno di messa e di festa, così come la sera, prima di dormire, si dicevano le preghiere con la mamma. Maggio era il mese della Madonna e si pregava il rosario nelle vie del mio paese, immersi nel profumo delle rose e dell’erba tagliata da poco. Facevo il chierichetto, anche se non ricordo di avere mai pensato di fare il prete.
Quando alle medie ho conosciuto don Costante e padre Marcello, ho scoperto che il prete è una persona viva, che sa amare profondamente. Quei preti erano felici e trasmettevano amore alle nostre vite di ragazzini. Attraverso di loro, l’ipotesi di donarmi a Dio si affacciò al mio cuore e sulle mie labbra.
Però ci vollero diversi anni: al fondo c’era il timore di una scelta definitiva e in superficie gli interessi e le mode più svariate che mi investirono durante gli anni del liceo. Mi innamoravo di continuo, non avevo continuità negli impegni e vivevo superficialmente, “divertendomi”.
Grazie a Dio, presi alcune bastonate, specialmente alla fine del liceo: la fine della storia con una ragazza, la maturità conseguita con un risultato scarso, il crollo degli ideali politici. E tutto questo seguito da una sfiducia verso ciò in cui avevo sempre creduto, in particolare verso Dio.
Nonostante mi presentassi “come al solito”, dentro di me c’era il vuoto; non sapevo nemmeno se fosse il caso di iniziare l’università. In questo periodo di smarrimento, è stata decisiva la figura di mio padre. In un primo momento mi ha aiutato a scegliere la facoltà di Psicologia e, successivamente, è stato lo strumento perché non mi perdessi del tutto.
Una sera, a cena, dichiarai: “Ci sono due cose che sono inutili per la mia vita, con cui non voglio più avere niente a che fare: la Chiesa e il movimento”. Dopo la sorpresa iniziale, mio padre disse: “D’accordo. Facciamo così: vai agli esercizi del Clu di Natale, chiedendo di capire che cosa sei al mondo a fare. Se non trovi risposte, sei libero di lasciare tutto”.
Agli esercizi di Natale non trovai risposte oracolari, ma l’invito a proseguire una strada, stavolta con nuovi amici. Mi fidai. Attraverso di loro, l’ipotesi della vocazione tornò a galla e si rafforzò. Ma aveva ancora bisogno di un’ultima spinta.
Per laurearmi decisi di fare un periodo di tirocinio in Uganda; l’Africa mi ha sempre attratto e in quel periodo me ne sono innamorato. Ma come in tutti i grandi amori, ci sono fiori e sangue. Le prime due settimane mi sono trovato solo, senza amici in un posto che non capivo e non conoscevo. Ho pregato tanto la Madonna, che mi ha sorpreso facendomi incontrare amici africani e italiani. Se i miei coetanei ugandesi mi hanno fatto grande compagnia, i Memores Domini hanno conservato, con la semplice fedeltà alla loro vocazione, anche la mia.
Così una sera mi sono trovato ad ammettere: “Tu mi hai amato sempre, anche quando ho distolto lo sguardo. E ora mi segui fino in Uganda. Cos’altro posso fare, se non donarmi a Te?”.
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